Le attività motorie in acqua in bambini con disabilità dello sviluppo

Nelle attività in acqua sono coinvolte l’area motoria, cognitiva, neuropsicologica ed emozionale, impegnate in un intenso scambio comunicativo con l’esterno.

“La comunicazione è una conditio sine qua non della vita umana e dell’ordine sociale” P. Watzlawick.
Le comunicazioni, cioè gli scambi con l’ambiente, sono una condizione necessaria per lo sviluppo della personalità del bambino. Questi scambi possono avvenire soltanto se il bambino “agisce” e se tali azioni abbiano per lui un significato e si svolgano in un contesto materiale e soprattutto relazionale nel quale egli si senta sicuro e autonomo.
La globalità di intervento è dunque la caratteristica fondamentale del lavoro in acqua con i bambini.

Genericamente il movimento in acqua, l’idrokinesiterapia e il nuoto:

  • Potenziano e valorizzano il complesso di energie latenti in ogni individuo.
  • Facilitano l’esplorazione, la conoscenza e la sperimentazione di nuove sensazioni di gioco, di gratificazione, di relazione e di sicurezza
  • Stimolano l’autonomia personale del bambino come: vestirsi, spogliarsi, mangiare e gestire gli sfinteri.
  • Aiutano la presa di coscienza dello schema corporeo; in acqua viene richiesto una coordinazione globale del corpo nel suo insieme, il controllo del capo, del respiro, dell’equilibrio e della postura (variazioni di assetto) in una nuova strutturazione spazio-temporale.
  • Favoriscono l’educazione al rilassamento globale e segmentario, facilitando il controllo dell’ansia e delle proprie emozioni.

L’acqua offre migliori opportunità ai bambini con disabilità rispetto a qualsiasi altro ambiente in quanto per le sue caratteristiche fisiche:

  • Riduce la forza di gravità.
  • Permette una maggior ampiezza di movimenti a livello articolare
  • A determinate temperature (28°-32°) riduce il dolore
  • L’ambiente piscina è meno stressante di una palestra.

Le innumerevoli opportunità offerte e le innegabili valenze riabilitative giustificano l’inserimento dell’elemento acqua nell’iter riabilitativo come supporto terapeutico di eccellenza dei piccoli pazienti.

 

 

Sino ad oggi, con un po’ troppa superficialità, si sono attribuite alle attività natatorie proprietà curative, identificandole con la riabilitazione. Molto spesso un corso di nuoto per bambini viene confuso con attività psicomotoria in acqua e l’idrokinesiterapia si confonde con la ginnastica in acqua. Le stesse prescrizioni mediche dei professionisti che hanno in carico i bambini sono per lo più generiche, ad esempio: “Si prescrive attività in acqua”, o “Si consiglia la pratica del Nuoto”.

A causa di queste vaghe indicazioni molti bambini con esiti di patologie del sistema nervoso centrale sono “spinti” dai genitori in piscina, con conseguenze negative facilmente prevedibili. Essi si trovano bruscamente “immersi” insieme ad altri bambini in un ambiente sconosciuto, instabile, spesso rumoroso.
Gli insegnanti di nuoto a cui sono affidati i bambini non sono adeguatamente preparati ad affrontare le loro problematiche motorie e di relazione ed inoltre la loro gestione in un gruppo non sempre è agevole nonostante la buona volontà e la passione di questi operatori sportivi.

In questo modo non ci sono le premesse per un buon incontro con l’acqua e molti di questi bambini la percepiranno come un elemento estraneo, fonte di pericolo e disagio e naturalmente si mostreranno ansiosi, agitati e spaventati. Inoltre non potendo apprendere al pari degli altri, dopo alcune lezioni, si sentiranno anche frustrati e interromperanno presto queste attività natatorie tra le lacrime e la delusione degli stessi genitori che avrebbero anche fatto i doverosi sacrifici di tempo e spostamenti.

In questo modo i piccoli pazienti avranno perso la possibilità di conoscere l’acqua con piacere e non avranno potuto sfruttarne le innumerevoli valenze terapeutiche.

Il Metodo A.S.P.

Le attività idrokinesiterapiche secondo la tecnica ASP (Approccio Sequenziale Propedeutico), l’unica completamente italiana, prevedono:

  • la presa in consegna del paziente sin dal suo ingresso in piscina,
  • il suo trasporto in acqua mediante opportune prese di assistenza e infine il trattamento mediante protocolli specifici per ogni patologia sia ortopedica, neurologica o traumatologica.

Dunque si parla di Idrokinesiterapia quando davanti agli esiti di una patologia specifica opera un Terapista della riabilitazione/Fisioterapista che usando l’acqua, seguirà procedure metodologiche molto rigorose che tengano conto delle diverse condizioni dei pazienti e delle singole situazioni.

Due sono i principi che devono guidare il nostro lavoro in acqua:

  • “primum non nocere”, ovvero non usare l’acqua per proporre un generico movimento che potrebbe ancor di più andare a favore di molte patologie;
  • non “bagnare” le tecniche che normalmente si applicano a terra, ovvero non riprodurre situazioni che solo in presenza di gravità trovano il giusto campo di applicazione.

 

Le procedure della tecnica ASP sono:

  • Valutare le condizioni attuali del paziente (nell’ottica futura del lavoro in acqua) e le sue residue potenzialità ed autonomie, collegando la valutazione funzionale, con tutti quei “vantaggi” di natura fisico-chimica che l’acqua offre.
  • Applicare le leggi fisiche dell’acqua al corpo umano immerso, variando il baricentro e/o la spinta idrostatica anche con l’utilizzo di opportuni ausili

(ciambelle, tavolette, fasce di neoprene, ecc.) e migliorando di conseguenza l’assetto del paziente tenendo in considerazione la sua patologia.

  • Valutare l’aquaticità e la galleggiabilità del paziente.
  • Applicazione di un protocollo idrokinesiterapico mirato per ogni singolo paziente fissando gli obiettivi a breve, medio e lungo termine.

 

 

Obiettivo della terapia in acqua

Obiettivo finale del nostro lavoro in acqua è rendere ciascuno più indipendente e autonomo di muoversi ed agire nel nuovo ambiente per farlo diventare da paziente ad utente della piscina. Lo scopo non è dunque solo il recupero di eventuali funzioni motorie carenti, ma in senso più generale, il reinserimento del paziente in un normale contesto di vita sociale, fatto di scuola, di relazioni sociali, di sport e di attività ricreative.

Se accettiamo questa interpretazione del termine “riabilitazione”, noi Terapisti dobbiamo ammettere che il nostro intervento specifico deve essere considerato come una tappa ed un momento di questo iter riabilitativo.
Dunque a prescindere dalle patologie e dall’uso di tecniche specifiche, è chiaro che il lavoro svolto dai Terapisti, teso ad evocare potenzialità residue o mancanti, dovrebbe poi avere un riscontro funzionale e spendibile dal paziente in modo concreto e sociale.

 

L’ACQUA MEDIATORE DI COMUNICAZIONE

Il percorso che è stato intrapreso ha dato ampio spazio all’osservazione, per cercare di conoscere e per quanto possibile capire le modalità comunicative dei bambini.

Si è tentato di non tralasciare nessun aspetto considerando, come afferma P.Watzlawich nel libro “La Pragmatica della comunicazione” che non e’ possibile non comunicare, non esiste un non comportamento, l’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio.

Partecipare direttamente al processo evolutivo del bambino portatore di handicap significa non solo doversi mettere in discussione, ma ricercare modalità di comunicazione alternative, dove non esiste niente di assoluto, tutto è relativo e modificabile.

Il linguaggio verbale non può più essere, il canale di comunicazione dominante. Tutti i tipi di linguaggio concorrono alla strutturazione dinamica e aperta del pensiero; la scuola e i centri riabilitativi devono poter offrire a questi bambini una pluralità di interventi educativi che valorizzino le diversità di ciascuno.

Il mediatore facilitante è l’ACQUA, in quanto stimola tutto il sistema neuro- muscolare, consente attraverso il rilassamento, un progressivo distendersi delle tensioni e delle contrazioni muscolari; induce quel sentimento di piacevolezza al “lasciarsi fare” e quella sensazione di abbandono-contenimento che permette di costruire nuovi modi di stare insieme.

L’attività motoria in acqua offre al bambino una base di sicurezza e di fiducia verso l’altro che diventano le condizioni indispensabili affinché le esperienze possano essere vissute realmente. L’acqua accoglie, sostiene, culla, diverte, per-mette di accorciare le distanze tra le persone e stimola l’interesse per nuovi apprendimenti.

Giocando con il proprio corpo in acqua si sperimentano le possibilità di equilibrio, di movimento, dire-zione, propulsione, contatto. L’operatore accompagna il bambino in questo percorso di esplorazione, lo guida alla scoperta del proprio corpo in relazione al nuovo spazio, agli oggetti e agli altri.

Condivide con lui il piacere e la soddisfazione di conquistare progressivamente autonomia e nuove abilità

Nel clima di distensione e di dialogo tonico favorito dallo stare in acqua il bambino tende a conce-trarsi più facilmente sull’azione proposta, riesce a guardare negli occhi l’adulto, supera più facilmente le proprie inibizioni e diminuiscono di frequenza e intensità i comportamenti aggressivi e auto aggressivi.

I limiti fisici vengono ridimensionati grazie all’effetto dell’acqua e in ogni caso la partecipazione all’attività svolta in piscina offre al portatore di handicap un’occasione spesso irrinunciabile per esprimere le proprie capacità.

 

STRUTTURA DEL PROGETTO

Il progetto è rivolto ai pazienti portatori di handicap grave, che frequentano il Centro “Progetto Amico”.

  • OPERATORI: Sandro Sollazzo (Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva e insegnante di Educazione Fisica).
  • LUOGO: Piscina Ambra Nuoto di Latin
  • TEMPI: Martedì, Mercoledì e Venerdì pomeriggio dalle 15.00 alle 20.00

 

OBIETTIVI GENERALI

  • sviluppare una positiva immagine di sé
  • sviluppo nell’autonomia generale
  • scoperta del proprio corpo attraverso lo sviluppo dei sensi
  • costruzione e consolidamento di un modificato schema corporeo
  • miglioramento delle funzioni neuro muscolare, respiratoria e cardiocircolatoria
  • sviluppare le capacità che organizzano e regolano il movimento
  • sviluppare le capacità percetti-vo motorie di contatto e relazione con l’adulto (holding)
  • sviluppare una buona condizione generale di rilassamento
  • scoperta e utilizzo dei diversi canali comunicativi (cinestesico, visivo, verbale)
  • sviluppo dell’intenzionalità comunicativa
  • riduzione degli stati d’an-sia, atteggiamenti aggressivi e auto aggressivi
  • sviluppo dei fondamentali del movimento in acqua: ambientamento, respirazione, galleggiamento, scivolamento

 

ATTIVITÀ

  1. autonomia: spogliarsi, rivestirsi, fare la doccia,
  2. ambientamento generale
  • ingresso in acqua
  • contatto dell’acqua sul corpo, sul viso
  • rilassamento
  • scivolamento prono con aiuto
  • scivolamento supino con aiuto
  • immersione del volto (coordina-zione ispirazione\espirazione)
  • galleggiamento prono con e senza appoggi
  • galleggiamento e scivolamento autonomo
  • battuta di gambe a Crawl
  • battuta di gambe a Dorso
  • coordinazione braccia-gambe a crawl
  • coordinazione braccia e gambe a dorso
  • uso dei materiali
  • interazione con coetanei (giochi)

 

Il METODO DI LAVORO E GLI STRUMENTI

Il bambino con esiti di cerebro-lesione frequentemente instaura delle “strategie di difesa” che si esprimono nell’isolamento e in alcune

Stereotipie.  Egli crea veri e propri muri e schemi protettivi con il proprio copro.

Inizialmente verrà privilegiato il rapporto con l’adulto, finalizzato alla costruzione di un forte dialogo caratterizzato da un’atmosfera gioiosa e fiduciosa.

Verranno creati ed organizzate situazioni di giochi corporei con diversi oggetti e ausili galleggianti e costruiti dei percorsi sia in superficie che sotto l’acqua con diversi materiali. (tavolette, tubi, ciambelle, tappetini semi-galleggianti, animaletti galleggianti, palloni, ecc. ecc.).

Le attività si svolgeranno sia nella vasca piccola che in quella grande.

 

VALUTAZIONE

In questo progetto la valutazione intesa come “riflessione pedagogica sulla verifica” è uno degli aspetti fondamentali, in quanto permette agli operatori di autoregolare la programmazione e di ricercare negli alunni quella che Vygotskij chiama “zona di sviluppo prossimale” e che in campo educativo si può tradurre in “zona di prossimale apprendimento”.

Progettare gli interventi in quel tempo-spazio situato tra ciò che l’allievo  ancora  non  sa  ma  che potrebbe sapere se opportunatamente aiutato dall’adulto, significa porre anche l’alunno con handicap nella condizione di IMPARARE AD IMPARARE.

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