Mastectomia: riabilitazione in acqua con idrokinesiterapia

Il tumore al seno è la forma di cancro più diffusa tra le donne europee e rappresenta il 20-25 per cento delle affezioni maligne: questa malattia colpisce più di 200.000 donne europee, ogni anno in Italia abbiamo 31.000 casi nuovi di tumore del seno con 11.000 decessi. È la prima causa di morte nelle donne nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni.

Questi dati epidemiologici e il crescente riconoscimento dell’importanza della riabilitazione nell’ambito oncologico, hanno dato la possibilità, già da diversi anni, di trattare gli esiti a volte molto invalidanti degli interventi di mastectomia parziale o totale.

Nella nostra esperienza riabilitativa spesso abbiamo riscontrato che, al migliorare delle tecniche chirurgiche, oggi sempre meno invasive, bisognava affiancare una presa in carico globale delle pazienti che a seguito dell’intervento subiscono, comunque, un insulto fisico e psichico in una parte del corpo che è simbolo dell’identità femminile.

Il trattamento riabilitativo riconosciuto a livello internazionale si occupa soprattutto della gestione di uno dei problemi più invalidanti postchirurgici: il “grosso braccio” post-mastectomia, ovvero l’edema linfatico sviluppato a seguito dell’asportazioni dei linfonodi ascellari, può variare da un edema che si riduce in posizione declive, a un edema ingravescente con forme di elefantiasi.

Questa grave situazione viene trattata con quello che si definisce “trattamento fisico combinato”: linfodrenaggio, presso terapia sequenziale, bendaggio compressivo ed esercizi isotonici sotto bendaggio.

Purtroppo però ci sono altri importanti problematiche postoperatorie: ipotrofia e deficit di forza dell’arto superiore, rigidità e dolore della spalla e del braccio, parestesie, disestesie, dolori cervico/dorsali, perdita dello schema corporeo nelle asportazioni totali della mammella (con atteggiamenti di compenso dell’arto superiore, che peggiorano le problematiche precedenti).

A questo bisogna aggiungere l’atteggiamento psicologico con cui la paziente reagisce all’intervento, poiché lo stesso è spesso la causa principale di alcuni problemi: pensiamo alle contratture miotensive da stress o agli atteggiamenti di difesa della parte lesa che portano a ipomobilità, per non parlare del rifiuto di cura della paziente, che non vuole affrontare il problema.

È per questo che da qualche anno ci siamo occupati di proporre delle alternative al trattamento riabilitativo classico riconosciuto, portando in acqua le nostre pazienti.

Perché l’acqua? Perché l’acqua è un ambiente meno sanitarizzato, nel quale la paziente si mette ” a nudo”, si confronta, è costretta a vedersi e “sentirsi”, riesce ad eseguire con più facilità e meno dolore i movimenti richiesti, può vivere il momento della terapia anche come un gioco.

La nostra proposta di gestire le pazienti mastectomizzate in piccoli gruppi è nata come diretta conseguenza di queste riflessioni, alle quali si aggiunge il riconoscimento del beneficio terapeutico dato dal lavoro in gruppi omogenei: questi infatti offrono innanzitutto la possibilità di modificare la psicologica tendenza alla negazione rispetto alla malattia, ma soprattutto quella di condividere la sofferenza di un cambiamento drammatico dello stato e dell’immagine di sé e della propria proiezione verso il futuro (così come la malattia impone).

La presenza di altre persone nel gruppo aiuta a sentirsi meno soli, perché appartenenti ad una nuova condizione condivisa; negli altri membri del gruppo è possibile riconoscere tracce della propria esperienza personale, che diventa così meno aliena ed estranea e si è dunque favoriti nel ritrovare se stessi, pur in una nuova condizione.

Si è osservato che il trattamento psicoterapico individuale è molto efficace nel superamento della fase critica di stress, mentre la psicoterapia di gruppo si è dimostrata più adatta nelle fasi di elaborazione successiva.

Lo stesso concetto lo si può applicare alla riabilitazione. Inizialmente il rapporto sarà uno ad uno al fine di permettere il processo di compliance tra paziente e Fisioterapista, per valutare e riabilitare al meglio il paziente; in seguito, se ritenuto opportuno, si potrà inserire il paziente in un gruppo. La gestione di piccoli gruppi (massimo 6 pazienti) ha inoltre un duplice vantaggio: offrire a chi vi partecipa un’attività apparentemente non sanitarizzata e con costi contenuti, educando i partecipanti nel corso delle sedute a diventare indipendenti ed anzi ad essere “insegnanti” per i nuovi arrivati; questo con lo scopo di avviare ciascuno alla conquista dell’autonomia nella gestione del proprio problema.

Per rendere il lavoro in acqua più piacevole per le nostre pazienti, abbiamo pensato, oltre ad esercizi individuali, ad esercizi di coppia che stimolino la fiducia e l’aiuto reciproco tra le partecipanti.

Esercizi riabilitativi post masectomia

Trascinamento

Una paziente è supina e tiene un tubo in materiale espanso con le braccia abdotte, l’altra la trascina secondo 4 modalità :

  1. a) dal cavo popliteo in rettilineo;
  2. b) ruotando;
  3. c) dal tubo con le braccia;
  4. d) trainando con il corpo.

Altalena

I due pazienti uno di fronte all’altro con le ciambelle alle mani, uno le affonda e l’altro le fa risalire affondando con il corpo.

Idrokinesiterapia masectomia

Il minuetto

  1. a) pazienti seduti sulle tavolette, mani unite, si lasciano da un lato per aprire in abduzione le braccia.
  2. b) Stessa posizione di prima, però si alternano la flessione con l’estensione delle braccia incrociandosi con le gambe.

Riabilitazione in acqua post masectomia

Turbolenze

Movimenti veloci di remata sott’acqua per tenere al centro dei due pazienti una palla.

Riabilitazione post masectomia

Stretching del bicipite e della capsula anteriore

Le due pazienti, dandosi la schiena, si prendono le mani e si allontanano.

Masectomia riabilitazione

Il cavatappi

Un paziente prono con ausili alle mani, l’altro lo tiene per il bacino o le gambe, il primo fa scivolare le ciambelle dai fianchi verso la testa e viceversa.

Fisioterapia post masectomia

Conclusioni

L’attività in acqua è accolta sempre con grande entusiasmo e spesso sono le stesse pazienti a suggerirci nuove modalità di lavoro. Naturalmente ricordiamo che l’inserimento in piccoli gruppi deve essere graduale, perché spesso dovremo lavorare individualmente con chi ha problemi più importanti, con l’obiettivo di inserire la paziente in un gruppo, qualora possibile, senza perdere di vista l’obiettivo dell’autonomia.

AUTORI

Anik Associazione Italiana Idrokinesiterapia, Roma

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